Rosso Etna

La storia del Vulcano

Come vedremo successivamente, l’Etna con i suoi terreni vulcanici, la sua altezza e la sua esposizione offre un terroir particolare che, unito al Nerello Mascalese – vitigno strettamente legato al territorio – , ha creato un vino davvero unico in termini di peculiarità e qualità.

Nelle righe successive, racchiuse nel riquadro tratteggiato, riporto  l’estratto di Wikipedia che descrive dettagliatamente il processo di formazione del Vulcano; essendo un testo settoriale di tipo geologico mi sono permesso di mettere in evidenza le parti salienti, lasciandolo comunque integro per chi volesse saperne di più. Dopo il salto riprenderò una narrazione mirata sulla viticoltura, e di come questo Vulcano ne influisca la produzione.


Un po’ di Geologia

Come tutti i vulcani l’Etna si è formato con un processo di costruzione iniziato circa 600.000 anni fa, nel Quaternario. Fu il colossale attrito tra la zolla Africana e Euro-asiatica a dare origine alle prime eruzioni sottomarine di lava basaltica fluidissima con la nascita dei primi coni vulcanici, al centro del golfo primordiale detto pre-etneo. Si ritiene che tra 200 e 100.000 anni fa questi coni entrarono in una nuova fase di attività eruttiva emettendo lave di altro tipo, alcalo-basaltiche.

È stata recentemente documentata una gigantesca frana che precipitò verso il mar ionio circa 8000 anni a.C., demolendo circa un decimo del cono sommitale del vulcano e provocando un immane tsunami verso il Mediterraneo orientale e sud orientale. Lo Stretto di Messina avrebbe invece fatto da barriera allo tsunami verso il Mediterraneo occidentale. Non è ancora chiaro se la frana sia stata provocata da un’eruzione o da un terremoto.

Di tali attività restano gli splendidi affioramenti della “Riviera dei Ciclopi” con i loro prismi basaltici (l’isola Lachea e i faraglioni di Aci Trezza), le brecce vulcaniche vetrose (ialoclastiti) e le lave a pillow della rupe di Aci Castello, ma anche i basalti colonnari affioranti nel terrazzo fluviale del Simeto, esteso nei versanti sud occidentale e sud orientale da Adrano e Paternò fino alla costa Ionica.

Il sollevamento tettonico dell’area, unitamente all’accumulo dei prodotti eruttivi, determinò l’emersione della regione e la formazione di un edificio vulcanico a scudo che è quello che costituisce il basamento dell’attuale.

Tra i 350 000 e i 200 000 anni fa, da una attività di tipo fessurale, spesso anche subacquea, scaturirono lave estremamente fluide che diedero luogo alla formazione di bancate laviche tabulari di elevato spessore (fino a 50 m), i cui resti sono gli imponenti terrazzamenti visibili nell’area sud occidentale dell’edificio vulcanico a quote comprese fra i 300 ed i 600 m s.l.m.

Gli studi sulla composizione di queste lave hanno messo in evidenza che questi prodotti vulcanici (sia subacquei che subaerei) rappresentano le cosiddette vulcaniti tholeiitiche basali, cioè magmi simili, anche se con delle differenze, a quelli che vengono prodotti in aree del mantello terrestre caratterizzate da alti gradi di fusione parziale di grande attività distensive, tipiche delle dorsali e delle isole oceaniche. Le tholeiiti costituiscono una percentuale assai limitata dei prodotti dell’area etnea e sono state eruttate in più riprese a partire da circa 500.000 anni fa, questa è infatti l’età dei più antichi prodotti etnei. Allo stesso periodo geologico si attribuisce anche la formazione del notevole Neck di Motta, una rupe isolata di lave colonnari su cui è edificato il centro storico di Motta Sant’Anastasia.

Si ritiene che tra 200 000 e 110 000 anni fa ci fu uno spostamento degli assi eruttivi verso nord e verso ovest con un contemporaneo mutamento nell’attività di risalita e nei meccanismi di effusione, accompagnati da una variazione nella composizione chimica dei magmi e nel tipo di attività. La nuova fase eruttiva vide come protagonisti coni subaerei che emettevano lave di tipo “alcalino”. L’attività si concentrò lungo la costa ionica in corrispondenza del sistema di faglie dirette denominato delle Timpe. I prodotti alcalini costituiscono la gran mole del vulcano etneo e vengono eruttati ancora oggi. La distinzione tra i termini viene effettuata mediante i rapporti tra le percentuali di alcuni ossidi ed in particolare SiO2 e K2O+Na2O ritenuti indicativi delle condizioni di genesi dei magmi stessi.

Durante il Tarantiano, 110.000-60.000 anni fa, l’attività eruttiva si sposta dalla zona Val Calanna-Moscarello verso l’area adesso occupata dalla depressione della Valle del Bove. Da un’attività di tipo fissurale, come quella che ha caratterizzato le prime due fasi, si passerà gradualmente ad un’attività di tipo centrale caratterizzata sia da eruzioni effusive che esplosive. Questo tipo di attività porterà alla formazione di diversi centri eruttivi. Il principale dei coni, che viene denominato dagli studiosi Monte Calanna, è inglobato al di sotto del vulcano. Cessata l’attività di questo, circa ottantamila anni fa entrò in eruzione un nuovo complesso di coni vulcanici, detto Trifoglietto, più ad ovest del precedente, che a dispetto del grazioso nome fu un vulcano estremamente pericoloso, di tipo esplosivo caratterizzato da eruzioni pliniane polifasiche, come ad esempio il Vesuvio e Vulcano delle isole Eolie, che emetteva lave di tipo molto viscoso. L’attività vulcanica si spostò poi ancor più ad ovest con la nascita di un ulteriore bocca vulcanica a cui vien dato il nome di Trifoglietto II (dai 70 ai 55.000 anni fa). Il collasso di questo edificio ha dato origine all’immensa caldera della già citata Valle del Bove, profonda circa mille metri e larga cinque chilometri, lasciando esposti sulle pareti di questa gli affioramenti di rocce piroclastiche che evidenziano lo stile particolarmente esplosivo della sua attività. L’esplosività è probabilmente collegata alle grandi quantità di acqua nell’edificio che vaporizzandosi frammentava il magma.

Intorno a 55.000 anni fa circa si verifica un ulteriore spostamento dell’attività eruttiva verso nord-ovest dopo la fine dell’attività dei centri della Valle del Bove. È la fase detta dello stratovulcano. Tale spostamento porterà alla formazione del più grosso centro eruttivo che costituisce la struttura principale del Monte Etna: il “vulcano Ellittico”. Il nome Ellittico deriva dalla forma, appunto di ellisse (2 km asse maggiore ed 1 km asse minore), della caldera che ha segnato la fine della sua attività. I suoi prodotti, sia colate laviche che piroclastiti, costruirono un edificio di dimensioni notevoli che, prima del collasso calderico avvenuto 15 000 anni fa, doveva probabilmente raggiungere i 4000 metri di altezza. Le eruzioni laterali dell’Ellittico hanno prodotto la graduale espansione laterale dell’edificio vulcanico attraverso la messa in posto di colate laviche che hanno causato un radicale cambiamento dell’assetto del reticolo idrografico principalmente nel settore nord e nord-orientale[25]. In quest’area le colate laviche colmarono antiche paleovallate come quella del fiume Alcantaragenerando numerosi fenomeni di sbarramento lavico del paleoalveo del fiume Simeto.

L’intensa e continua attività effusiva degli ultimi 15000 anni riempirà del tutto la caldera del vulcano Ellittico coprendo in gran parte i suoi versanti e formando il nuovo cono craterico sommitale. Tale attività effusiva, originata sia dalle bocche sommitali che da apparati eruttivi parassiti, porterà alla formazione dell’edificio vulcanico che forma il complesso in attività: il Mongibello.

Nel corso del tempo si sono avute fasi di stanca e fasi di attività eruttiva, con un collasso del Mongibello intorno a otto-novemila anni fa; nei prodotti del Mongibello è stata osservata una generale transizione da termini più antichi ed acidi (relativamente arricchiti in SiO2) a più recenti e basici (cioè relativamente povere di SiO2) e porfirici (ricchi di minerali cristallizzati in profondità prima dell’emissione), le lave sono quindi ritornate ad essere di tipo fluido basaltico e si sono formati altri coni di cui alcuni molto recenti.


La viticoltura si interseca con il vulcano ( o la Montagna come la chiamano i Catanesi) in epoca molto antica: le prime testimonianze di comunità agricole sono riferite al Neolitico. Questa parte della Sicilia orientale fu la prima ad essere colonizzata dai greci nel 729 a.C.

E’ certo che già nel V secolo avanti cristo fosse vitata , come è testimoniato da alcune monete del tempo giunte fino a noi. Nel III sec. A.C. Teocrito parla della grande diffusione del vigneto alle falde dell’Etna; come nel resto d’Europa il periodo della decadenza dell’impero romano portò ad una contrazione del parco vigne, il quale si riprese intorno al XII secolo.

Nel 1435 a Catania fu creata la maestranza dei Vigneri che si occupava delle istanze dei viticoltori e della loro formazione.

Nel ‘500 Fazello lodava i vini prodotti ai piedi dell’Etna e nel ‘700 Arnolfini parlava del vino di Mascali , che veniva esportato a Malta.

Nel 1848 risultavano coltivati quasi 26.000 ettari di vigneto . Nel 1869 G. Gregorio cita i rinomati vini della Contea di Mascali (XVIII-XIX sec.), antico territorio alle pendici dell’Etna , sito tra l’attuale Giarre e Mascali e, quelli della zona superiore della regione pedemontana dell’Etna. Tra il 1880 ed il 1885 Catania era la provincia siciliana più vitata con oltre 90.000 ettari di vigneto; ma l’invasione fillosserica ai primi del 900 provocò una grave crisi della viticoltura; gli ettari di vigneto scesero fino a circa 40.000 ettari.

La riduzione della superfice vitata negli anni è dovuta anche alle frequenti eruzioni e alle oggettive difficoltà di una viticoltura difficile, cosidetta “eroica”, dove i vigneti a causa delle forti pendenze sono in larga parte terrazzati e dove le operazioni colturali sono difficilmente meccanizzabili, comportando costi molto alti.

E’ stata la prima DOC siciliana ad essere riconosciuta ed una delle più antiche d’Italia, con D.P.R. dell’11 agosto 1968, di recente, nel 2011, il disciplinare è stato modificato, con l’introduzione della tipologia spumante, nella versione bianco e rosato, e del rosso riserva.

Bisognerà attendere però gli anni 2000 per sentir parlare, in epoca contemporanea, dell’Etna come una delle migliori zone produttive italiane. Il consumo dei vini prodotti infatti è rimasto confinato per molti anni in provincia di Catania, avendo dato i contadini più spazio a colture maggiormente redditizie come gli agrumi; non solo, le poche realtà esistenti non imbottigliavano direttamente i loro vini.

Sono pochi ma illustri i personaggi che hanno saputo “sfondare” negli anni ’90 associando il loro nome alla Montagna: Benanti, Russo e Foti per citarne alcuni.
All’inizio del nuovo millennio iniziarono ad arrivare investimenti di produttori d’oltre-isola: Frank Cornelissen, Marc de Grazia, Andrea Franchetti spostarono le loro attenzioni sulla viticoltura del luogo; quest’ultimo avviò addirittura una manifestazione – la famosa contrade dell’Etna – con lo scopo di far conoscere al mondo le potenzialità di questo terroir. Nel decennio che va dal 2005 al 2015 si sono triplicate le aziende imbottigliatrici con nuovi investimenti anche da parte delle grandi aziende.

Sempre nel suo saggio sull’Etna Giorgio Fogliani fa un’interessante disamina su come produttori noti come Planeta, Tasca d’Almerita siano stati accolti con freddezza dalle realtà vinicole più piccole; il loro timore è che possano rincorrere uno stile aziendale e non territoriale, punto di forza su cui si sta cercando di far crescere invece tutta la denominazione.

La vigna e il clima

Il Nerello Mascalese è un vitigno tipico dell’areale etneo, dove è coltivato da tempo immemorabile; il nome fa riferimento alla Contea di Mascali, probabile centro di origine o almeno di diffusione della cultivar. Rientra nell’antico gruppo dei vitigni “Nigrelli” descritti dal Sensini (1760) nelle sue “Memorie sui vini siciliani”, ma le prime citazioni di un Nerello Mascalese coltivato alle falde dell’Etna sono del 1839 ad opera dell’Abate Geremia.

E’ una cultivar vigorosa capace di resistere a climi torridi e malattie; mostra un colore molto scarico nel bicchiere e questo a molti lo ha fatto associare, romanticamente, al Pinot Nero. Il suo grappolo è grande, di forma conica o piramidale, allungato e alato; l’acino è di medie dimensioni, con una buccia dal colore bluastro e chiaro. Gli acini raggiungono la maturazione tardivamente, attorno alla seconda decade di Ottobre.

Anche sul Nerello Cappuccio le prime informazioni ci pervengono dall’Abate Geremia relativamente alle zone di Tre Castagni e Viagrande. Dai Bollettini ampelografici (1878) abbiamo notizie della coltivazione di un “Nerello ammantellato” (Nerello Mantellato è sinonimo del N. Cappuccio ) nella provincia di Catania; a differenza del Mascalese ha una colorazione più scura nel calice. Il grappolo è di media grandezza, piramidale, corto e compatto. L’acino, sferoidale, ha dimensioni medie; il colore non è distante da quello del Mascalese, ma matura decisamente prima: seconda/terza decade di Settembre.

Il vitigno Carricante ha la sua zona di elezione per la coltivazione nell’areale di produzione della DOC Etna, dove si spinge fino a quote alte, anche superiori a quelle raggiunte dal Nerello Mascalese.

Deve probabilmente il suo nome ai viticoltori di Viagrande che lo hanno così denominato per la sua elevata e costante produttività. Indicazioni sul suo utilizzo enologico nella Sicilia di fine 700 ci provengono dal Sestini, ma è sempre l’Abate Geremia (1839) a “collocarlo” nella zona etnea. – le forme di allevamento, i sesti d’impianto e i sistemi di potatura che, anche per i nuovi impianti, sono quelli tradizionali della zona e comunque atti a conferire alle uve ed al vino derivato le specifiche caratteristiche.

I vigneti, nelle zone di forte pendenza, vengono coltivati, fin dai tempi più antichi, su caratteristici terrazzamenti contenuti da muretti a secco di pietra lavica che rendono unico un paesaggio singolare ed affascinante, costellato da antiche masserie, palmenti e ville patrizie, inserito in una delle zone naturalisticamente più belle ed interessanti della Sicilia.

L’importanza della presenza delle terrazze è data dal fatto che la loro funzione e il loro valore si estende ad aspetti che vanno oltre quello di puro contenimento del terreno per la creazione di nuove aree coltivabili. Di particolare interesse risulta il ruolo giocato ai fini del rallentamento delle acque superficiali, nella difesa dagli agenti erosivi del suolo dei terreni denudati della vegetazione naturale a fini colturali.

Il suolo accumulato in una terrazza ha tra l’altro una capacità di ritenzione idrica elevata, in particolare in prossimità del muro dove l’acqua superficiale rallenta e può penetrare nel sottosuolo, pur garantendone il drenaggio attraverso il materiale posto ‘a secco’. A queste funzioni altre se ne collegano: conservazione della biodiversità, conservazione e mantenimento del valore identitario, paesaggistico e storico-culturale. – le pratiche relative all’elaborazione dei vini, sono quelle tradizionalmente consolidate in zona per la vinificazione in bianco ed in rosso dei vini tranquilli, adeguatamente differenziate, per i rossi, per le tipologia di base e per la tipologia riserva e, per i bianchi, per la tipologia di base e quella superiore .

Queste due tipologie, riserva e superiore, fanno riferimento a vini maggiormente strutturati, la cui uva di partenza presenta un titolo alcolometrico minimo naturale maggiore e, nel caso del rosso riserva, la cui elaborazione comporta un determinato periodo di invecchiamento.

Così come tradizionali sono le pratiche di elaborazione per la produzione dei vini spumanti, considerato che già dalla fine dell’800 il Barone Spitaleri produceva con il ”metodo classico” di produzione di spumante, intuendo che quella dell’Etna era una zona a grande vocazione per la produzione di grandi vini spumanti e già a partire dagli anni ‘80 alcune aziende producono ottimi spumanti bianchi e rosati a base di Carricante e di Nerello Mascalese vinificato in bianco.

Il sistema di allevamento tradizionale è l’alberello etneo, un sistema ad alberello sorretto da  un tutore di castagno; richiede molte attenzioni in vigna: bisogna girargli attorno in fase di potatura e prestare molta attenzione alla parte fogliare; inoltre bisogna chinarsi per raggiungere i grappoli.

Per questo alcuni produttori “modernisti” stanno introducendo una spalliera modificata, mantenendo sempre la forma dell’alberello, ma disponendolo in filari e non più a quinconce (un impianto a forma quadrata in cui 4 piante occupano i vertici dello stesso e una è collocata al suo centro).

Cosa degna di nota è che sulle pendici del vulcano è possibile trovare vigne a piede franco:a causa delle altezze e dei terreni sabbiosi la fillossera non ha attaccato tutti i vigneti.
L’innesto americano è comunque utilizzato nei nuovi impianti e se proprio si vuole conservare un piede originale, secondo alcuni agronomi, è bene non metterne più di un terzo: il pericolo fillossera non è imminente ma può sempre manifestarsi.

Geografia, la DOC e le contrade

La zona della DOC Etna ha la forma di una C capovolta, parte a Sud dal comune di Ragalna e costeggia poi il versante est del vulcano passando per paesi come Nicolosi, Zafferana, Milo, Fornazzo e Presa; presso Linguaglossa c’è il confine con il così detto “versante Nord” che comprende i più noti comuni di Rovitello, Solicchiata, Castiglione di Sicilia, Passo Pisciaro, Montelguardia e Randazzo. Il versante nord è considerato come il cuore pulsante e qualitativo dell’intera denominazione.

Fondamentale è la conoscenza di tutti i comuni presenti, poiché il Disciplinare riconosce ben 133 Menzioni Geografiche Aggiuntive (MGA) che possono essere scritte in etichetta; ce ne sono ben 132 ripartite tra 9 comuni. L’intento dei  produttori e – a cascata – del disciplinare era quello di incentivare , attraverso una parcellizzazione simile a quella di Borgogna, la conoscenza dei singoli “terroir”. Inizialmente c’è stato, sia per ragioni stilistiche che geografiche un paragone con la famosa zona di Francia, ma non avrebbe avuto senso portarla oltre. Infatti non tutte le MGA mostrano differenze evidenti le une dalle altre. Molti produttori nemmeno le riportano in etichetta, salvo casi particolari.

La superficie vitata occupa 645 ettari distribuiti su 20 comuni. L’altezza va dai 400 ai 1000 m sul mare, tagliando fuori purtroppo una buona parte dei vigneti situati ancora più in alto e capaci di dare grandissimi vini. Oggi ci sono circa 80 aziende imbottigliatrici di cui una settantina sono iscritti al consorzio di tutela. La resa massima media è di 45 hl.

Si riportano qui di seguito tutte le MGA previste dal disciplinare con il loro relativo comune di appartenenza.

Castiglione di Sicilia (46)
Acquafredda, Cottanera, Diciasettesalme, Mille Cocchita, Carranco, Torreguarino, Feudo di Mezzo, Santo Spirito, Marchesa, Passo Chianche, Rampante, Montedolce, Zucconerò, Pettinociarelle, Schigliatore, Grotta della Paglia, Mantra murata, Dafara Galluzzo, Contrada Dragala Gualtieri, Palmellata, Piano filici, Picciolo, Caristia, Moscamento, Fossa san Marco, Pontale Palino, Grasà, Piano dei daini, Zottorinotto, Malpasso, Pietra Marina, Verzella, Muganazzi , Arcuria, Pietrarizzo, Bragaseggi, Sciambro, Vena, Iriti, Trimarchisa, Vignagrande, Canne, Barbabecchi, Collabbasso.
Lingua Glossa (10)
Alboretto – Chiuse del Signore, Arrigo, Baldazza, Friera, Lavina, Martinella, Panella – Petto Dragone, Pomiciaro, Vaccarile, Valle Galfina.

Randazzo (25)
Allegracore, Arena, Bocca d’Orzo, Calderara, Calderara Sottana, Campo Rè, Ciarambella, Città Vecchia, Chiusa Politi, Croce Monaci, Crocittà, Feudo, Giunta, Imbischi, Montelaguardia, Pianodario, Pignatone, Pignatuni, Pino, San Lorenzo, San Teodoro, Sciara Nuova, Scimonetta, Statella, Taccione.
Santa Maria di Licodia (1)
Cavaliere
Milo (7)
Villagrande, Pianogrande, Caselle, Rinazzo, Fornazzo, Praino, Volpare, Salice.
Trecastagni (9)
Cavotta, Monte Ilice, Carpene, Grotta Comune, Eremo Di S.Emilia, Monte Gorna, Ronzini, Monte S.Nicolo’, Tre Monti
Viagrande (9)
Blandano, Cannarozzo, Monaci, Monte Rosso, Monte Serra, Muri Antichi, Paternostro, Sciarelle, Viscaroli.
Biancavilla (5)
Maiorca, Torretta, Rapilli, Stella, Spadatrappo.
Zafferana (20)
Fleri, San Giovanello, Cavotta, Pietralunga, Pisano, Pisanello, Fossa Gelata, Scacchieri, Sarro, Piricoco, Civita, Passo Pomo , Rocca d’Api, Cancelliere – Spuligni, Airone, Valle San Giacomo, Piano dell’Acqua, Petrulli, Pimoti, Algerazzi.

I profili del vino.

Attilio Scienza nel suo “Atlante geologico dei vini d’Italia” edito da Giunti divide l’areale dell’Etna in tre distinte fasce.

La prima è definita area precoce e si trova nella parte bassa della Montagna; le uve maturano in anticipo, dando vini più corposi e alcolici, con sentori di frutta matura e spezie; il vino mostra una minore finezza, percepibile invece nelle altre due aree. Ricadono completamente al suo interno i comuni di Linguaglossa, Santa Venerina.

Si passa poi all’area intermedia; tale zona travolge completamente i comuni di Nicolosi, Zafferana Etnea, Randazzo, Sant’Alfio e Passopisciario. Si trova situata a metà tra le pendici più basse e le cime più alte. Altri comuni come Fleri, Tre Castagni sono al confine tra l’area precoce e quella intermedia. I vini mostrano un frutto più croccante, con note di lampone e ciliegia; poi spezie dolci come noce moscata  e incenso; e ancora erbe aromatiche e note balsamiche.

Infine c’è l’area tardiva; i suoi vini possono sembrare più aggressivi; la frutta diventa scura, con mirtilli e ribes, poi spezie poco dolci e tannini che potrebbero sembrare spigolosi.
I comuni di Fornazza e Ragalna ricadono all’interno di questa zona.


Cosa dice il disciplinare:

Per la produzione dell’ Etna rosso (anche riserva) – si deve avere minimo minimo l’80% di Nerello Mascalese; al quale si può aggiungere Nerello Mantellato (o Nerello Cappuccio) fino  ad un massimo del 20%.

Possono concorrere alla produzione di detti vini, fino ad un massimo del 10% del totale, anche uve provenienti da altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione Sicilia.

La resa per ettaro non può superare i 90 quintali per l’Etna Rosso; per il riserva il limite è di 80 quintali per ettaro. La gradazione minima per l’Etna Rosso è del 12.5%, mentre per il Riserva è 13%.

La tipologia “Etna” rosso può utilizzare la menzione  “riserva” solo se sottoposto ad un periodo di invecchiamento all’interno della zona di produzione di almeno  quattro anni, di cui almeno 12 mesi in legno. Il periodo di invecchiamento decorre dal 1° novembre dell’anno di produzione delle uve.


Bibliografia

Atlante Geologico dei Vini d’Italia, A. Scienza – Giunti Editore
Guida ai vitigni d’Italia – Slow Food Editore.
Etna Rosso, Versante Nord, G. Fogliani – Possibilia Editore
www.benanti.it
Disciplinare della Doc Etna.

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