(13) L’Erbaluce di Favaro

Mi accorgo solo ora di non aver dedicato un post alla bella verticale dedicata all’Erbaluce di Caluso 13 Mesi di Camillo Favaro, organizzata da Andrea Petrini, ormai 4 mesi fa. Probabilmente ne avevo parlato su Facebook e mi ero convinto di averlo fatto anche qui: ora devo rimediare.
Camillo Favaro si trova oggi a gestire quelle che sono le vigne di famiglia, custodite con una collaborazione familiare, che vede zero dipendenti in busta paga: madre, padre e un fratello part-time.

Il loro lavoro ruota attorno a Caluso, quella parte estrema del Piemonte che confina con la Valle d’Aosta e che spesso viene citata velocemente quando si studia l’immensa e dispersiva enografia piemontese. Eppure il territorio non è da meno; perché a Caluso le vigne crescono sulla collina morenica più lunga d’Europa (e seconda a livello mondiale), ricca di granito e quarzo, dal pH acido.

Il modo in cui racconta le cose è davvero amichevole; ricorda che quando acquisirono i primi terreni, questi avevano, per ettaro, un costo inferiore a quello del notaio. Ciò era dovuto ad una scarsa fama, dovuta a una produzione non eccelsa, spesso mirata alla quantità, delle cantine che vi lavoravano in passato.

L’Erbaluce è un vitigno che esprime un’esuberante acidità che, se non controllata, non aiuta i palati delicati; complice è stata poi la morbidezza ricercata in quella scuola di pensiero, predominante, degli anni passati che vedeva come un pregio l’evitare le parti dure di un vino.

Col passare del tempo le mode sono cambiate e l’Erbaluce finalmente ha avuto il suo riscatto.

Camillo lavora in cantina utilizzando lo stretto indispensabile di anidride solforosa e lieviti selezionati e neutri.
Il 13 Mesi vinifica in vasche ovoidali di cemento, mentre un 30% passa in barrique, legno che mai risulta essere invasivo.

Non è un segreto che abbia studiato a Bordeaux e che sia esperto di Borgogna (è autore di un utilissimo libro: Vini e terre di Borgogna).

Potrei dire che è un autore capace di disegnare le potenzialità del proprio territorio, volendo applicare anche le conoscenze acquisite negli studi e sul campo; una mano santa in un mondo che si sta spostando verso un concetto estremo di naturalità che spesso ostracizza l’intervento umano, e che vede la vinificazione come un processo da abbandonare a se stesso

La batteria ha messo in fila le seguenti annate: 2017, 2016, 2015, 2014, 2013, 2010 e 2009. Ci sarà da dedicare ancora qualche minuto alla lettura di questo articolo, ma credo ne valga la pena.

LA DEGUSTAZIONE

2017 > Annata che per calore è stata simile alla 2015, la vendemmia si è anticipata di dieci giorni rispetto al normale.
Il calice mostra un’ottima spinta acida dall’importante alcolicità, segue un bel tocco sapido. Il naso gode di ricche note di agrumi, mela, fiori bianchi.

2016 > La sedici è davvero un bel sorso. Compare un tocco di mandorla; è a suo modo balsamico, fresco che invita a masticare. Finale durevole.

2015 > Il colore è dorato. Torna un agrume potente rincorso da fiori bianchi e salinità; seguono gesso, frutta a polpa bianca. Sapidità e freschezza continuano a definire questi vini. Sembra più giovane della 2016 e si mimetizza bene con la 2017.

2014 > La quattordici apre con note decisamente più erbacee di campo; non c’è da stupirsi visto che l’uva non maturava quasi mai. Le piogge hanno reso impossibili i trattamenti in vigna per via del loro ristagno, poi un settembre più generoso rispetto ai mesi che lo hanno preceduto ha fatto si che le uve raggiungessero un’accettabile e soddisfacente maturazione. La produzione si è comunque ridotta di 1/4. Tornando al sorso esce qualcosa di officinale; in bocca è una lama, che trafigge il palato con una acidità limpida; sembra uno Chablis. Un finale piacevole di mandorla e di media persistenza termina il tutto.

2013> Annata regolare nel suo andamento climatico. Il vino al naso è molto giovane e di bella complessità. Nocciola, mandorla, fiori gialli, qui compare una lievissima nota di dolcezza data dal legno, che poi si palesa anche in bocca. Una concentrazione del frutto rende il finale lungo.

2010 > Tutt’altro calibro. Un idrocarburo degno di Riesling esce dal bicchiere. La 2010 è stata un’annata generosa nello Stivale, ha permesso ai vini di godere di longevità e concentrazione. La frutta è gialla, matura, il pompelmo mostra un’agrume più caldo rispetto a quello degli altri sorsi. La freschezza ha ceduto leggermente il passo, ma 9 anni non li dimostra per niente. Se vi capita sottomano tenetelo ancora un po’ in cantina.

2009 > Qui la bottiglia ha mostrato una lieve nota ossidativa. Nell’appunto non ho segnato ahimè se fosse la conservazione o l’annata particolare. Sto cercando di rispolverare altre informazioni, ma non volendo tediare nessuno seguito nel raccontarvi quanto scritto nei miei appunti: “sta però ancora in forma”

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