Brunello Masterclass: assaggi Ilcinensi

Nella lunga disquisizione che ogni volta ho con me stesso sull’interrogarmi se io preferisca il Nebbiolo al Sangiovese la risposta, alla fine, è la stessa: per me vince il Sangiovese. Con la conseguenza che Brunello di Montalcino è per me, a gusto personale s’intende, la migliore denominazione del nostro paese. Rimango colpito ogni volta dalla bellezza della Val d’Orcia, dichiarata patrimonio Unesco così come le langhe. Trovo un più evidente equilibrio tra vigneti e paesaggio.

Su 23000 ettari di superficie dell’amministrazione comunale, solamente il 15% sono vitati, il resto sono boschi, prati e seminativi e i dintorni di Montalcino rimangono verdi anche in inverno.

Ho deciso di concludere il ciclo di Masterclass di Vinòpolis, prima della pausa estiva, proprio con una degustazione dedicata a Montalcino e al Sangiovese.

Sangiovese che ricordo essere uno dei vitigni rossi più allevati nel nostro paese: 70.000 gli ettari a lui dedicati; è presente in 388 DOP/IGP, obbligatorio in 88, ma unico e in purezza solamente in due denominazioni: Brunello e Rosso di Montalcino.

Quindi questo è il mio personale rifugio in cui mi riparo ogni volta che voglio relazionarmi con il Sangiovese.

Nel selezionare le 5 bottiglie mi sono affidato alla mia esperienza, ai miei gusti e a quelle distinte caratteristiche che i produttori mettono nei loro vini, portando al tavolo 5 produttori per me davvero importanti.

Una Masterclass dedicata all’annata 2013 che ricordo essere molto positiva, con le piogge estive ben distribuite e completamente assenti nel periodo critico della vendemmia. 

Il giro inizia con Talenti, Pierluigi dopo aver lavorato come fattore presso il Poggione, acquista nel 1980 le vigne non lontano da Sant’Angelo in colle, a Podere Pian di Conte ; oggi l’azienda è in mano al nipote Riccardo: 40 ettari di cui solo 21 dedicati ai vigneti, il resto sono ulivi e boschi.

Il suo vino lo apprezzo molto per la sua immediatezza, è quel calice che vorrei a tutto pasto, non necessariamente abbinato a piatti di cacciagione o selvaggina, come spesso indicato nelle guide per vini di questo genere.
Molta ciliegia al naso, lieve stacco alcolico, dal tannino veramente importante. Probabilmente freschezza e tannini sono dominanti, ma nel complesso lo trovo davvero nelle mie corde. Ha quell’elegante semplicità che ha sempre distinto la persona di Pierluigi, così percettibile nel libro scritto da Gabrielli che ne racconta la storia.

Ci spostiamo poi verso il Passo del Lume Spento, da Le Ragnaie, i cui omonimi vigneti sono situati nella parte più alta di tutta le denominazione, con i suoi 600 metri sul livello del mare. Azienda piuttosto giovane, visto che i Campinoti l’acquisirono nel 2002. Possiedono poi altri due appezzamenti: il Fornace, situato a Loreto, in zona Castelnuovo dell’Abate; e in località Pietroso, a ridosso del paese di Montalcino.

E’ il calice che ha sfoderato le più esplicite note di caffè, pepe e sottobosco. Il tannino, rispetto a Talenti è risultato più morbido, mentre la freschezza è invece aumentata. Buona persistenza, sempre ricca di ritorni fumé e speziati.

La macchina vira verso sud, per andare a Castelnuovo, da Mastrojanni, avvocato che tra i primi, negli anni ’70,  decise di investire nei dintorni di questa zona. Il gruppo Illy ne è proprietario dal 2008, ma ha preferito non cambiare la guida dell’azienda, affidata ad Andrea Machetti, in azienda dal 1992. Non sono pochi i 40 ettari vitati a cui dover badare: oltre al Brunello “base” produce due cru, il Vigna Loreto e lo Schiena d’Asino.

Il calice è stato il più composto, senza disequilibri, il bicchiere didattico che mostra tutte le sfaccettature del Sangiovese senza particolari declinazioni interpretative. Uno di quei grandi nomi che sa lavorare “come Dio comanda”, per Citare Luciano Pignataro.

Il quarto calice è stato rappresentato da Salicutti, uno dei miei Brunello del cuore. Realtà decisamente più piccola, sono solo 4 gli ettari vitati per un totale di appena 20.000 bottiglie. Conduzione biologica dei vigneti, con pochissimi interventi sia sul campo che in cantina, han fatto si che Riccardo Leanza, fondatore, abbia creato un’etichetta di grandissima fama. Oggi l’azienda è di Eichbauer Felix e Sabine.

Il Piaggione, Kerin O’Keefe, lo descrive come un vino di Borgogna, ma io personalmente non condivido questa suo paragone.
Il sorso lo trovo tra i più concentrati dell’intera denominazione, un’esplosione di ritorni e continue sensazioni retro-gustative che al palato si palesano in modo più evidente rispetto al naso, che si apre più timidamente; poi molta liquirizia, frutti rossi e scuri, dal finale minerale e persistente. E’ il bicchiere che ho rabboccato più volte.

Ultimo, ma solo per ordine di degustazione, un altro grande produttore: il Marroneto. Questa volta siamo sul versante nord di Montalcino. Il Madonna delle Grazie, cru di a malapena di due ettari, è situato proprio a ridosso del paese, le vigne “nuove” invece ricadono in zone più basse, ma non lontante.
Il 2013 è stata un’annata particolare per questa azienda, di fatti ha prodotto per la prima volta la sua Riserva (se si escludono quelle fatte tra il 1980 e il 1987), che tra le altre cose ho avuto modo di provare al Vinitaly e che posso dire essere perfetta.

Tornando al Brunello il calice mostra una eleganza più leggera e nordica, il frutto è più trattenuto, la freschezza è inebriante, sentori di piccoli frutti rossi si mescolano a balsamicità. Certo la sua gioventù, così come per Talenti, mostra ancora la sua vigoria, lasciando capire che calici del genere devono rimanere in vetro ancora a lungo, prima di mostrare il loro equilibrio.

Sono rimasto davvero soddisfatto per questa degustazione, così come lo sono rimasti i partecipanti, ma dopo tutto non immaginavo potesse essere diversamente. Un vero grazie ai produttori per averci regalato di queste emozioni.

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