Quale Taurasi?

L’Aglianico per qualità, fama e produzione è il vitigno principe del sud Italia. Ha carattere deciso, tannini e acidità da vendere.

In una cena tra amici – con tema Taurasi vs Vulture – si è deciso di provare 5 bottiglie alla cieca, senza avere la minima idea di quanti e quali vini si stessero bevendo tra le due denominazioni: ognuno di noi ne ha portata una a sua scelta.
Avremmo potuto bere tutto Vulture, tutto Taurasi, un po’ e un po’; addirittura avremmo potuto portare – sfidando la statistica – tutti lo stesso produttore. 

Quindi il programma della serata è iniziato col rammentare al gruppo quali differenze fossero evidenti tra i due territori, avendo come minimo comune denominatore l’Aglianico per vedere come il terroir riuscisse a vestire il vitigno con la proprio impronta.

Ce ne sono sei biotipi di Aglianico : Aglianico Amaro, Aglianico di Taurasi, Aglianico di Napoli 1, Aglianico di Napoli 2, Aglianico Galluccio e Aglianico del Vulture. (Fonte Vitigni d’Italia, Slow Food Editore). 

Acini piccoli, buccia spessa di colore blu-nero; maturazione tardiva. Solitamente al gusto acidità e tannino fanno da padroni. La Campania è la regione che ne produce di più con 6600 ettari, seguita dalla Basilicata che di ettari ne ha 1348; qualcosina in Puglia, Molise ma niente di più.

Il Vulture

“Il Vulture fu un vulcano ardente, tremendo. Ha trenta miglia di circonferenza; è lungo trenta miglia dalla più vicina sponda dell’Adriatico. Ha per confini al sud il fiume di Atella, all’est quel di Rapolla, all’ovest e al nord l’Ofanto. Chiude nel suo recinto Melfi, Rionero, Rapolla, Barile, Atella e molti villaggi”.

Così Cesare Malpica descriveva il Monte Vulture, che domina le colline e le valli circostanti; ma quello che rimane oggi è uno spettacolo senza fiato che non commemora i toni rossi legati al dio Vulcano, ma rievoca bucolici paesaggi dove lo sguardo dell’uomo può perdersi in un infinito leopardiano capace di dissolvere qual si voglia pensiero. Una terra che distingue i suoi colori lungo le stagioni, rassicurante e verde in primavera, brulla in estate, nostalgica in autunno e bianca l’inverno. Il terreno è custode di una lunga realtà geologica iniziata milioni di anni fa e terminata nel pleistocene, con l’estinzione del Vulcano, che pacatamente ha concesso alla vegetazione di riprodursi.

La presenza del massiccio vulcanico – afferma il disciplinare – determina  condizioni di ventilazione importanti per effetto di correnti d’aria provenienti dalle coste orientali e occidentali e per fenomeni di brezza. Ciò permette un abbassamento sensibile delle temperature durante il periodo estivo con importanti riflessi sulla condizione vegetativa della piante e la produzione fenolica sulle bucce.

Ricordo che per produrre Aglianico del Vulture è necessario che le vigne ricadano nei 16 comuni ammessi dal disciplinare (tra cui Genzano, Melfi, Venosa, Lavello, Rionero e Acerenza)  che siano collocate tra i 200 e i 700 metri sul livello del mare, che il vitigno sia impiegato in purezza; e che abbia alla fine un titolo volumico naturale di almeno 12%. 

Taurasi

Dal 2011 dobbiamo chiamarlo Taurasi Rosso; l’aggiornamento del disciplinare avvenuto il 30 Novembre 2011 ed entrato in vigore il 20 Dicembre dello stesso anno ha voluto questo “grande” cambiamento.

Prima cosa da dire è che qui, a differenza del Vulture, è possibile aggiungere un 15% di vitigni a bacca rossa della provincia di Avellino, purché non aromatici, l’invecchiamento deve durare almeno tre anni, di di cui uno in botte; e qualora si voglia fare il riserva l’invecchiamento sale a 4 anni di cui almeno 18 mesi in legno.

Il territorio di produzione ricade per intero nella provincia di Avellino, e tra i più importanti comuni troviamo Lapio, Montefalcione, Paternopoli, Fontanarosa, Montemarano.

La zona è suddivisa in 3 settori variamente estesi: a) quello occidentale prevalentemente argilloso; b) quello orientale con conglomerati poligenici con intercalazioni sabbiose e sabbioso-argillose; c) il settore nordorientale dove sono presenti arenarie scarsamente  cementate e sabbie argillose.

Attilio Scienza nel libro Atlante Geologico dei Vini d’Italia riconosce una minore tannicità nei vini prodotti da vigne che crescono su sedimenti marini.

La degustazione

Iniziamo ora con la degustazione. Le bottiglie sono state rese irriconoscibili grazie ad una doppia copertura e la rimozione della capsula. Ognuno di noi ha incartato la propria etichetta, seguendo la rigorosa procedura di anonimato, poi tirando a sorte i dati si è proceduti col decretare l’ordine di servizio.

Qui di seguito le conclusioni tratte alla cieca per ogni vino, conclusioni nude e crude.

VINO 1
Rubino. Al naso frutta rossa con note di vaniglia, china e tamarindo, chiusura di pinolo. Palato sapido e fumé, lievemente amarognolo, con tannini duri, potente ma non troppo elegante. Stimiamo sia un vino ancora giovane che mostra il suo alla vita. Lo collochiamo sul Vulture.
Mastroberardino – Taurasi Radici Riserva 2009

VINO 2
Rubino ancora più scuro. Naso davvero ostile: ferro ovunque, poi chiodo di garofano, polvere, china; un olfatto che punge e che non invita molto a bere. Poi in bocca il miracolo: liquirizia, frutta croccante, freschezza d’arancia, il tutto contornato da tannini ben integrati. Al sorso convince tutti, tanto che finisce durante la degustazione alla cieca e tocca rabboccare. Forse è un Taurasi.
Luigi Tecce – Taurasi Poliphemo 2011

VINO 3
Un vino che ha suscitato molta discussione. Aglianico “deboluccio” come se il produttore avesse voluto pulirlo delle sue doti: In medio Virtus Stat. Un naso che appartiene ad un mondo più radicale, fatto di sottobosco, thè nero, frutta scura, cola e liquirizia. Fresco, ma il frutto non dura molto e tende a scomparire. Lo collochiamo a taurasi.
Mastroberardino – Taurasi Radici 2012

VINO 4
Rubino. Naso che di primo acchito sa di brodo, poi si apre e lascia posto a confetto (si lo so, l’esatto opposto del brodo), salvia, erba e polpa a frutta rossa. Acido, ma di breve durata, tannino ok.
Basilisco – Aglianico del Vulture 2010

VINO 5
Colore rubino, ma si capisce che ha qualche anno sulle spalle. Naso scuro, con tocco di legno, di liquirizia amara e tabacco. Un vino che viaggia su tre binari: acidità, frutto e tannino presi singolarmente sono in ottime condizioni, ma è come se danzassero fuori tempo; ciò nonostante il più morbido e tondo di tutti e 5.
Salvatore Molettieri – Taurasi Riserva Vigna 5 querce 2009.

Quale Taurasi?

La domanda che ci è venuta spontanea, dopo aver svelato le bottiglie è: “ma con quale idea di Aglianico siamo partiti affinché grandi produttori di come i 4 in questione abbiano in qualche modo disallineato le nostre aspettative?”

Essendo in ballo un solo Vulture la discussione si è spostata sul Taurasi.
Mastroberardino nel suo Radici etichetta nera sembrava aver frenato la caratteristica varietale, ma quest’ultima era venuta meno poiché cosa tangibile dalla bottiglia o perché astrattamente ci aspettavamo di trovare in essa la nostra idea di varietalità?

Dopo questa domanda Marzulliana allora ci si è interrogati sul senso di voler scovare il territorio in un calice se poi il produttore può dare una sua impronta forte e marcata; si signori miei, dovendo trovare un filo comune per descrivere le similitudini delle 4 etichette di Aglianico non sarebbe stato facile, tutt’altro. Con questo macigno sulle nostre teste abbiamo concluso che le bottiglie erano buone e che forse dovevamo tornare a casa con il compito di tarare nuovamente il nostro concetto di Aglianico: un trim dei nostri pensieri ed esperienze; eppure di Aglianico ne abbiamo bevuto tanto in vita nostra, sopratutto di questi produttori. Prosit.

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