Wine News

Di Cesare Brandi, del Tavernello e di Checco Zalone.

Scritto da Claudio Bonifazi

Il problema è che si parla di Tavernello come un’entita di cui non si possa fare  a meno, discussioni affini sull’esistenza di Dio o meno, quelle su cui si versano migliaia di parole senza mai trovare una conclusione. Tavernello, anche io sto parlando di Tavernello, conscio del fatto che a fine lettura, questo post, non vi avrà portato nulla di nuovo; sereni, potrete così spegnere l’abatjour, togliere gli occhiali e dormire in tutta tranquillità.

Se le leggi del nostro stato consentono al Tavernello di definirsi Vino, il Tavernello è di fatto un vino. Sentenza incontestabile; che poi sia anche il vino più acquistato nel nostro paese complica la situazione.

Un minestrone in cui mischierò Cesare Brandi con vini in cartone e Checco Zalone; vi confesso non so dove andrò a finire, tale scritto è il frutto di un flusso, non corretto, di pensieri che mi sono venuti in mente in treno: sapevo solo che nel titolo dovessero comparire assieme Brandi, Tavernello e Zalone.

Per chi come me si è laureato in Conservazione dei Beni Culturali, studiare Teoria del Restauro di Cesare Brandi è qualcosa di inevitabile. Alla prima lezione mi venne posta, dalla Docente Maria Luisa Riccardi, la domanda su quale fosse la differenza tra “restaurare” una cosa e ripararla. Facile: Si restaurano i Beni culturali e si riparano gli oggetti. Ma la domanda è se i beni culturali non siano oggetti anch’essi. Certo che si! E la differenza dove si trova?

Si definisce un Bene Culturale, un oggetto di qualsiasi origine che viene definito tale da una comunità estesa di persone. Per questo si restaura la prima automobile Ford e si ripara la mia Fiesta, immatricolata nel 2015. Quando un Bene Culturale viene privato da un gruppo di persone del suo stesso essere, cessa di vivere in quanto tale; Palmira ne è un esempio; un gruppo di persone ha decretato che un tempio non dovesse esistere e, nonostante il valore riconosciuto nel resto del mondo, ha deciso di eliminarlo. Se domani, non so per quale motivo, i quadri di mia madre piacessero a migliaia di persone sarei felicissimo, ma giacciono nella sua camera senza emozionare nessuno, nonostante la loro bellezza.

Ma che c’entra il Tavernello? Arriviamo al sodo. Il Tavernello è riconosciuto da un bacino molto ampio come vino. Probabilmente se stai leggendo questo post converrai che forse la condizione che soddisfa la vasta clientela, sia il fatto che abbia una minima alcolicità e sappia d’uva. Se molti italiani bevono Tavernello, bisogna descrivere e parlare del Tavernello con la stessa professionalità e stile con cui trattiamo le altre etichette. Il Tavernello, come un Bene Culturale, ha un riscontro da parte di una grande folla che lo percepisce come “Bene Vino”.

Nel mondo dell’arte si verifica la stessa situazione, così come la Pietà di Michelangelo commuove il mondo, la merda d’artista la comprendono in pochi. Lo so, tale proporzione non c’entra nulla, perché significherebbe che il Tavernello sta alla Pietà, così come la Merda d’Artista sta al Romanèe Conti – so che non gira – ma vi chiedo gentilmente di lasciarmela usare per meri fini illustativi.

Riprovo dunque a formulare il concetto di Brandi al Tavernello, e vediamo se stasera ci riesco. Fin quando il Tavernello avrà un riconoscimento da parte di un grande pubblico, noi possiamo solo cercare di convincere gli altri che la Merda d’Artista sia un’opera migliore della Pietà.

Questo non lo si fa inveendo o sputando merda (non d’artista stavolta) su un’azienda che offre migliaia di posti di lavoro e che attualmente soddisfa, in termini di mercato una forte domanda; se di domanda dobbiamo parlare, chiediamoci in che modo possiamo arrivare a sovvertire le cose, ovvero far commuovere la gente davanti la Merda d’Artista e spiegare invece perché mai la pietà debba essere considerata un’opera d’arte.

Le stesse polemiche si sono verificate in ambito cinematografico per l'”indegno” successo ai botteghini di Quo Vado di Checco Zalone. Anche qui migliaia di critiche, citando comici di altri tempi, alla stregua di Troisi e Chaplin.

Checco Zalone, così come Cesare Brandi docuit, è un Bene Culturale del paese e per tanto va considerato come tale; sta poi ai critici far notare le differenze e non i difetti.


 

P.S.
Questo post è stato ispirato dalle discussioni di un Gruppo Facebook di Sommelierie e da quanto ho letto sulla mia bacheca.
P.S.II
Questo post è stato scritto con l’intento di generare superflue discussioni.

 

Sull'autore

Claudio Bonifazi

Amo bere e scrivere e per questo ho creato Vinopolis, per condividere tutto quello che bevo con gli altri. Dopo il Diploma da Sommelier sto continuando gli studi presso la WSET, dove ho ottenuto la certificazione avanzata; ad oggi sto frequentando il loro ultimo livello: il Diploma. Non pago scrivo anche su Vinoway e Bibenda7.

Lascia un commento

Questo è un negozio di prova — nessun ordine sarà preso in considerazione. Ignora

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: