Il guru della Champagne spiega i suoi Dom Perignon Rosè: Richard Geoffroy a Roma

Immaginate di avere davanti a voi quattro calici di Dom Perignon Rosè: vintage 2004, 2003, 2002 e l’incredibile P2 del 95. Fantastico. Ora che alzando gli occhi oltre  i calici vi sia proprio lui in persona: Richard Geoffroy chef de Cave della Dom Perignon. Doppiamente Fantastico. Il tutto presso il Tasting Club di Roma al Cavalieri Waldorf Astoria.

Ma andiamo per ordine.

Nella sala Ellissi dell’Hotel ad attendere Monsieur Geoffroy ci sono una trentina di persone. Arriva puntuale per le 18, ora di inizio e con molta calma saluta uno ad uno i partecipanti intrattenendo mini conversazioni.

Da subito il clima diviene familiare e Daniele Maestri, dopo aver brevemente spiegato i tempi della serata, lascia subito la parola allo Chef che inizia un monologo interessante su cosa significhino per lui i suoi Rosé e che cercheremo di sintetizzare nelle righe seguenti.

I Rosé Incarnano la seduzione, il calore, simbolo di sensualità e amore rappresentando l’altra faccia del Brand.

E’ un segreto che cammina tra le cantine  da più di 300 anni e che non vede soluzione in una semplice ricetta da applicare al momento del blend, ma che è figlio di una contemplazione spirituale custode di ciò che da oltre tre secoli vive in quel posto.

I millessimi non sono il frutto di una buona annata, ma la capacità di comprendere quanto accade al proprio territorio, essere ricettore di ciò che il terroir offre anno dopo anno, senza aver paura di rincorrere il tempo con la speranza di modificare le sorti.

“Non ho la smania di rincorrere l’acidità” – afferma. “Molte aziende fanno di tutto per avere uno Champagne che abbia una acidità pronunciata e tagliente. A me non interessa. Se un anno non ho modo di ottenerla ricavo dalle uve ciò che esse possano darmi al meglio, magari un leggero tannino”.

Nell’unire il Pinot Nero allo Chardonnay, Geoffroy, si spinge oltre i limiti dei suoi conterranei arrivando ad avere percentuali di rosso fino al 12%. “E’ il modo per purificare e glorificare il Pinot Nero, esigente e che richiede grossi sacrifici sia in vigna che in cantina.

E a chi gli chiede che cosa si provi ad essere il più importante Chef de Cave del Mondo risponde con un sorriso: “Non è stato difficile, sono arrivato lì che avevo già esperienza, ma posso dire che alla fine sono un custode di alcune regole della Dom Perignon e che mi è stata lasciata libertà di poterle interpretare e non solo seguire”.

Dom Perignon Rosè 2004

Figlio di un’annata “media”. Non ha richiesto grossi sacrifici né in vigna né in cantina. Per questo si beve con estrema godibilità. Per Geffroy esiste una correlazione tra lo stress che si usa per produrre un vino e il risultato finale.

Rosa antico ha una naso pulito, semplice e diretto. Intensa nota floreale, frutta fresca contornata da una lieve e delicata”mineralità” simile a cipria che preannunciano la struttura del gusto. Al palato è graduale e crescente, la spuma accarezza la lingua lasciando trasparire note di ribes e lamponi.

Dom Perignon Rosè 2003

Qui l’annata non ha aiutato molto. Vendemmia precoce ad Agosto con arresto della fotosintesi per 7 giorni. Un vino più difficile e sofferto.

Il rosa si scurisce e il fruttato cede passo ad una mineralità più severa, marina. Anche al palato prevale la durezza sulla morbidezza, ma ciò che non delude è la capacità di durare a lungo. Migliora con il passare del tempo ed è un vino che riuscirà a mostrare il meglio di se tra una decina di anni.

Dom Perignon Rosè 2002

Altra annata difficile, questa volta è il caldo a mettersi di mezzo.

Lo stress idrico ha rallentato la maturazione delle uve che poi verso fine maturazione hanno avuto un’incredibile accelerata.

Il colore è simile a quello della 2004. Torna la prevalenza del fruttato/floreale con roselline, ribes e oleandro. Anche in bocca ottima la spuma e la freschezza persistente.

Plenitude Deuxième Rosé 1995

Nonostante i suoi 20 anni tondi all’occhio non ha alcun segno di ossidazione. Il colore è identico all’ultima annata. Anche il naso si apre senza troppe difficoltà mostrando prima il suo lato minerale e poi la componente fruttata che non si è verticalizzata più di tanto ma mantiene un’idea di frutta fresca appena colta. In bocca equilibrato, strutturato, fresco e dal finale lungo.

Foto di Isabella Perugini
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Foto di Isabella Perugini
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