Nuova Zelanda 1 – Italia 0: dove falliamo nel comunicare il vino?

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C’è qualcosa che non torna nel nostro paese. Siamo tra i più grandi esportatori di vino al mondo, eppure gli italiani se ne “fregano”.
Ho avuto modo di passare 15 giorni dall’altro capo del mondo, in Nuova Zelanda, come viaggiatore leisure e, non lo nascondo, fare un giro per cantine. Sono rimasto colpito di come in Oceania, vi sia una cultura del vino molto più diffusa di quanto sia qui in Italia.
Da noi ci sono tanti corsi da Sommelier che dicono di diffondere la cultura del vino ed è vero, ma non c’è nient’altro. Li invece, anche un astemio avrebbe voglia di vedere, bere e conoscere le realtà della produzione vinicola neozelandese.

Si parte da Dunedin, cittadina sulla east coast dell’isola del Sud, molto moderna, quasi industriale. Ogni bar, pub e piccolo ristorante propone almeno una decina di vini, con relativa descrizione organolettica a prezzi di scaffale.
Mi dirigo verso la Central Otago, la zona più a Sud del paese in cui si produce vino. Molto prima di raggiungere la zona iniziano a comparire lungo la strada tanti cartelli che pubblicizzano cantine e vini. Si arriva poi alla Gibbston Valley, dove ogni cantina ha un cartello stradale pubblico, di quelli marroni che noi usiamo per i monumenti che indicano il nome della Winery e la distanza.

Giungo in Hotel a Queenstown e tra le mille attività proposte tra le brochure accanto alla reception ecco che arrivano i “Wine Trail”, percorsi con degustazioni di vini e prodotti locali abbinate a tante altre attività.
Ceno in un Pub, di quelli inglesi, quasi una bettola. Incuriosito leggo cosa hanno da bere. C’è una breve carta dei vini che spiega anche quali vitigni sono allevati nella zona. Esco dal pub, giro l’angolo ed ecco che stanno aprendo un “wine tasting lounge”, un’enoteca dove si possono degustare più di 80 etichette. Ci sono cartelli e pubblicità ovunque.

A questo punto nasce una mia curiosità che mi spingerà per tutto il viaggio a vedere quanto e come il vino venga pubblicizzato. Continuo il mio “adventure trip” verso Franz Josef, dove si va per passeggiare sui ghiacciai. Il mio hotel è un misto tra ostello per giovani e resort per più grandi. Il modello di servizio è più orientato ad un pubblico giovane. Entro nel ristorante dell’hotel. Fanno patatine, cipolle fritte, hamburger e pizza. Bancone pieno di birre alla spina, penso che li sarà difficile trovare vini. Sorpresa. Carta divisa per vitigni, descrizione organolettica e coupon omaggio per bere un calice a scelta se spendevo almeno 20 dollari. Touchè.

Continuo per Richmond e Nelson, west coast. Zona di vini, il gioco era facile, non mi sono soffermato a cercare, bastavano i cartelli delle wineries a ricordarmi che li si pubblicizzavano i vini locali. Giungo a Picton. Località portuale del nord, con traghetti per l’isola del Nord.
Cena in un ristorante cileno, l’unico aperto. Carta dei vini curata, ormai avevo capito che ovunque si mangiasse ve ne fosse una, ma qui arriva la sorpresa. Il cameriere ci fa presente che hanno un nuovo Chardonnay, ce lo descrive a voce e ci dice che se avremmo voluto provarlo ci avrebbe abbinato un piatto. Resto sbalordito, mai visto e sentito in un ristorante comune qui da noi.

Arrivo a Wellington. In hotel prendo un piccolo libro gratuito che invitava a visitare la città e la nazione, l’introduzione era del primo ministro poche righe: “vi do il benvenuto in nuova Zelanda, terra dove potete visitare luoghi meravigliosi e bere vini pregiati”. Ormai la battaglia era vinta da loro. Bisogna bere vini, provarli, te li offrono, te li servono ovunque, con attenzione. A Rotorua, nell’hotel, mappa della Nuova Zelanda con spiegazione delle zone vitivinicole e caratteristiche dei vitigni. Ad Auckland oltre la carta dei vini, nel ristorante Orbit 360°, sotto ogni singola portate il calice abbinato col suo prezzo.

Se solo ripenso alle tante carte dei vini squallide che si trovano nei nostri ristoranti mi viene da piangere. Spero che il post abbia centrato il punto della polemica.

Buon 2 Giugno a tutti.

4 thoughts on “Nuova Zelanda 1 – Italia 0: dove falliamo nel comunicare il vino?

  1. Buongiorno, leggo con avidità le notizie che fate circolare: molto bene. In merito a quest’ultimo articolo credo che la parola più in grado di rendere significativamente comprensibile la criticità della situazione in Italia sia quella che avete scritto alla fine del quarto paragrafo : TOUCHE’. Il mondo è cambiato, l’enologia ed i vini pure, la ricettività della comunicazione…anche. Le realtà neozelandesi che avete descritto, sono d’accordo, credo debbano far riflettere sulle modalità comunicative italiane, perlomeno su una loro rivisitazione più vicina alle attuali esigenze. Senza certo tralasciare la qualità dei prodotti, ma con un occhio magari più in linea con i tempi. Cordiali saluti

    F.Cocchetto Treviso

    1. Salve, grazie del commento. Il problema credo che nasca dal fatto che abbiamo tanto da offrire. Succede sempre così nel nostro paese. Ho studiato beni culturali prima di approdare al mondo del vino e anche li gli stessi problemi. All’estero con pochi monumenti creano turismo con estrema facilità, tutto è spiegato alla perfezione, mappe, piantine mezzi di trasporto finalizzati al turismo culturale. Se si va in giro per Roma il turista, sia esso straniero o meno, non ha punti di informazione organizzati, poche mappe e segnaletiche in prossimità di monumenti che spieghino di che si tratti. Touchè anche li insomma. Avendo tanto diamo per scontato che si apprezzi automaticamente, ma ahimè è proprio il contrario. Grazie ancora per passare del tempo con quello che scrivo!
      Claudio

  2. grazie per il racconto, negli ultimi anni australia e nuova zelanda sono paesi che suscitano in me un enorme interesse per molti aspetti. Scoprire poi, dal tuo racconto, che vi è un vero culto per l’enologia mi soprende ma è anche una conferma di quanto sto scoprendo su questo continente.
    Poi c’è l’amarezza che prevale nel riflettere sull’enorme patrimonio di cultura e tradizione che abbiamo ereditato e che non sappiamo difendere, valorizzare, comunicare.
    Ma mi correggo, con l’iniziativa promossa da planetwine.it volta a tessere partnership con piccoli ma validi produttori di vino per promuoversi adeguatamente nel web, posso affermare che il problema non è di conoscenza ma di comprensione.
    C’è speranza? Si, è questione di tempo, se una inversione di tendenza ci sarà avverrà grazie alle nuove generazioni di produttori. Da appassionato winelovers posso dire: Fate presto!

  3. sottoscrivo, due viaggi in NZ, totale quasi 3 mesi, ci insegnano come fare promozione eno gastronomica, senza avere la varietà di cibi e vini che possiamo vantare in Italia.
    Non fa eccezione la bettola rispetto al ristorante fancy.

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