Wine News

Perché il vino non sa comunicare (parte 2)

Scritto da Claudio Bonifazi

Mi permetto di usare il titolo usato da Cernilli su Doctor Wine dove, nel seguente articolo, parla del serio problema della comunicazione del vino oggi, per poter estendere un mio pensiero continuado così la discussione.

Il vino è oramai è un argomento che fa tendenza solo nella nicchia di persone che già lo reputano interessante. E’ completamente mancante quel ponte che possa unire la sponda dei nuovi consumatori con la riva dei produttori. Con il tempo comunicatori e gli stessi vignaioli hanno alienato il vino dalla sua identità originale e Dionisiaca.

Ma facciamo un passo indietro: questa bevanda, perché di bevanda si tratta, ha vissuto i migliori tempi di gloria, almeno storicamente, quando a farne il maggiore uso erano le persone “semplici” che del vino ne apprezzavano si la bontà, ma anche quei piacevoli effetti inebrianti che solo esso sapeva dare.

C’era un legame tra vino e uomo che arrivava nel profondo, attraverso il condividere momenti di gioia e spensieratezza. Poi un giorno abbiamo o “avete” spostato l’attenzione su un consumo diverso, più austero più di nicchia, a premiare le grandi etichette e a descriverle con poesie decisamente distanti da qualunque altra comunicazione alimentare.

E l’esempio è vedere le differenze pubblicitarie che coinvolgono il settore dell’industria alcolica. Quanto è “figo” bere negli spot pubblicitari del martini? Bere la vodka? C’è uno studio attento sui packaging, sui modelli, le ambientazioni che sono tutte volte a rappresentare quei trend che i più giovani seguono: il mondo dei distillati, sa il fatto suo in termini di comunicazione. Noi abbiamo San Crispino col nonno e il cappello a coppola. (Great Job!) Vendono il prodotto come momento di esperienza. Noi, nello schema tradizionalistico, aborriamo tutto ciò che possa vagamente ricordarlo, seguendo un sistema scolastico ormai radicato su schemi rigidi comunicativi di sentori, sensazioni ed elenchi di frutta e verdura che manco il mio compagno fa quando si deve andare al supermercato. Così non andiamo da nessuna parte, sopravviveremo ancora poco. Cantine Aperte non è l’unica soluzione; basti vedere la scarsa partecipazione di giovani che ogni anno prende parte all’evento.

Lo so, non me lo ricordate, il produttore si sbatte un anno in vigna, e con tutte le ragioni di questo mondo, vorrebbe che non una goccia del suo sudore finisse in mano di chi non ha l’interesse a sentire frasi come “pigiatura soffice”, “quintali per ettaro”, “allier” e chi più ne ha più ne metta. Il successo di Quark e Ulisse sta nello spiegare la scienza a chiunque e la storia a parole brevi. Da noi questo non c’è, non esiste! Ogni articolo si imposta su un formato identico. “tradizione, innovazione, rispetto del territorio, terroir, eccellenza” sono parole ripetute e ripetute e per nulla distintive. Potreste prendere un qualunque articolo di chiunque, cambiare nomi e ottenere che il risultato non cambierebbe col cambiare l’ordine degli addendi.

Ricordo e condivido un pensiero di Marilena Barbera; quando arriva il Vinitaly ecco che, ogni anno, inizia la guerra di quelli del settore contro chi vuole partecipare col mero scopo di godere del vino; la stessa Marilena disse: “trattiamo loro come se non dovessero essere clienti, li consideriamo come non remunerativi, ma sono quelli che poi andranno per ristoranti e bar?”. Ho virgolettato, la frase non era così, ma il concetto invece si.

Lo scorso anno a Vini dal Mondo di Spoleto un produttore mi disse: “menomale che quest’anno non ci sono giovani a bere, l’edizione passata c’era un sacco di gente ubriaca”. Male, malissimo. Il giorno in cui abbiamo smesso di concedere al vino di renderci felici non solo di testa ma anche di spirito, forse abbiamo smesso di apprezzarlo. Eppure, produttori, addetti del settore di sbornie e come ne prendete ancora, però non si dice e non si fa.

La delicata condizione legislativa ovviamente ci impedisce di sponsorizzare un “bevi irresponsabilmente”, ma l’atteggiamento universitario non avvicinerà mai. Per parlare di terroir bisogna prima abituarli a bere. Tocca seguire la modernità:  Ronco, San Crispino e Tavernello, che sono le uniche a finire in TV per evidenti motivi economici, spingono il vino verso la mentalità del nonno e non del giovane.

Non sono qui per insegnare a nessuno; è un pensiero e non so nemmeno da che parte si debba cominciare. Ma io quando parlo dei vini ai ragazzi non dico loro con che piatto berlo, ma dove e con chi. Do loro quella “location” che le altre industry mettono negli spot; e si, non sputo mai nella sputacchiera, specie quando davanti ho persone giovani. Il vino si beve, non si sputa e farlo non mi avvicinerebbe a loro.

Siamo lontani, se non agganciamo i ragazzi nella fascia di età tra i 20 e i 25, solo 1/100 di loro proverà interesse verso questo settore che si contrae di anno in anno.

In sintesi c’è molto Apollineo e poco Dionisiaco.

(E con queste parole mi sarò forse inimicato mezzo mondo).

 

Sull'autore

Claudio Bonifazi

Amo bere e scrivere e per questo ho creato Vinopolis, per condividere tutto quello che bevo con gli altri. Dopo il Diploma da Sommelier sto continuando gli studi presso la WSET, dove ho ottenuto la certificazione avanzata; ad oggi sto frequentando il loro ultimo livello: il Diploma. Non pago scrivo anche su Vinoway e Bibenda7.

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