Wine News

Effetti della Brexit sulla “Wine Industry”.

Scritto da Claudio Bonifazi

Manca poco al 31 Marzo giorno in cui Theresa May, primo ministro del Regno Unito, premerà il grilletto sul tanto discusso “articolo 50“.
La richiesta ufficiale di divorzio porterà, per i due anni a venire, ad uno scenario incerto.
Mercati, frontiere, cittadini, relazioni industriali, diritti umani e del lavoro, tutto è messo in discussione tra due parti che vogliono mostrare forza, nonostante sia evidente che una scissione violenta causerebbe problemi a tutti.

In questa cornice anche la Wine Industry sarà colpita. Analisti di settore, esportatori, importatori e gli stessi consumatori non riescono ancora a comprendere quale sia il futuro per un settore di mercato come quello degli Wine and Spirits.

Uno studio condotto da Technavio [1] parla di numeri chiari. I paesi membri dell’UE esportano mediamente il 70% del vino prodotto, di cui circa il 7% è destinato al Regno Unito.

Non è dunque illecita la preoccupazione della Wine & Spirit Trade Associate (WSTA) che vede in eventuali futuri dazi un imminente catastrofe.

Il mercato del Vino genera in UK 17.3 miliardi di Sterline in attività economiche, di cui quasi 11 in vendite;  9.1 miliardi entrano invece nelle casse dello stato attraverso VAT, duty e corporation e income taxes.
A questi dati se si aggiungono i valori portati dagli Spirits, il totale ammonta a circa 45 miliardi di attività economiche che portano lavoro – tra diretto e indotto – a circa 600.000 persone [2]

Un primo risultato è stato l’aumento medio di 29 pence [3] sul vino causato dall’inflazione della sterlina, vittima (a fasi alterne) delle incertezze politiche dei conservatori, che sono ancora alla ricerca del sentiero per uscire da un’Europa cui sono vincolati profondamente sotto tutti gli aspetti socio-economici.

Le speranze della WSTA sono quelle di continuare a godere di un mercato del vino “unico”, cosa che spetta ai soli membri della UE; mai più azzeccato citare in questo caso che la speranza è quella di avere la botte piena e la moglie ubriaca visto che questa concessione significherebbe voler fare parte dell’Europa solo nelle questioni facili.

Il Regno Unito importa il 99% delle bottiglie di cui il 42% provengono dall’Europa.


Dell’import Europeo il 41% ha origini italiane, il 34% francesi e il 22% spagnole; l’Australia è invece il principale partner “extra UE” del Regno Unito con il 36% di prodotto esportato; seguono poi USA, Sudafrica e Cile con poco più del 15%.

Economisti convinti sperano in un aumento del consumo del prodotto interno, visto che nel Regno Unito ci sono 137 aziende vinicole; ma tale numero è esiguo sia in termini di quantità che di varietà con evidente impossibilità di turbare un mercato che fa numeri da capogiro.

Gli inglesi temono ripercussioni sull’export dei loro “Spirits“; sono i più grandi esportatori del mondo, con una fetta che occupa il 25% dell’intero mercato globale. Whisky e Gin (quest’ultimo dal 2000 ha avuto un boom del 166%[4]) portano nelle casse inglesi 1,5 miliardi di sterline l’anno.

Il mercato economico europeo lavora con un unico meccanismo di importazione ed esportazione, anche se poi gli excise duties[5] sono gestiti dai singoli membri. L’accesso a questo mercato si chiama EMCS (Excise Movement Control System) ed è una struttura solida, chiara e testata. Uscirne, istituendo controlli di confine, porterebbe a problemi quotidiani quali lunghe code in ingresso/uscita dal paese per via dei controlli e, secondo alcuni, addirittura ad un ritorno di mercato illegale.

Joao Machete Pereira, export director della Marqués de Murrieta in Rioja ha dichiarato in un’intervista a Wine Spectator [6] che, dopo il referendum, l’esportazione dei suoi vini ha subito un rallentamento per via di ordini messi “on hold”. Anche Jean-Philippe Lemoine, marketing and commercial director Château d’Yquem, dichiara che clienti provenienti dai mercati di USA e Hong Kong abbiano iniziato ad acquistare Bordeaux non più direttamente dai merchant, ma dal Regno Unito per via del cambio conveniente.

Il mercato Unico, inoltre, protegge le denominazioni dei paesi membri attraverso leggi precise che molte volte “rispediscono a casa” vini importati e non conformi alle stesse normative. Famoso è stato il caso di Felton Road, noto produttore del Central Otago, che per via di una gradazione alcolica non conforme si è visto negare l’ingresso sul mercato UE [7].

Questo comporta la sottomissione dei produttori inglesi alle normative UE che di fatto sarebbe il mercato più grande e vicino. Il tentativo di spolverare il Commonwealth da parte della May forse per i più è anacronistico, ma se così non fosse l’isola si troverebbe senza partner certi.

 


BIBLIOGRAFIA

  1. http://www.technavio.com/blog/how-will-brexit-affect-wine-industry-uk-and-eu-2017
  2. www.wsta.co.uk/images/Brexit/Brexit_FINAL.pdf
  3. http://www.technavio.com/blog/how-will-brexit-affect-wine-industry-uk-and-eu-2017
  4. www.wsta.co.uk/images/Brexit/Brexit_FINAL.pdf
  5. Di conseguenza, l’accisa continua a essere riscossa nel paese di destinazione.
  6. http://www.winespectator.com/webfeature/show/id/As-2017-Begins-Brexit%E2%80%93Impact-Remains-Cloudy
  7. http://www.winespectator.com/webfeature/show/id/As-2017-Begins-Brexit%E2%80%93Impact-Remains-Cloudy

Sull'autore

Claudio Bonifazi

Amo bere e scrivere e per questo ho creato Vinopolis, per condividere tutto quello che bevo con gli altri. Dopo il Diploma da Sommelier sto continuando gli studi presso la WSET, dove ho ottenuto la certificazione avanzata; ad oggi sto frequentando il loro ultimo livello: il Diploma. Non pago scrivo anche su Vinoway e Bibenda7.

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